La filosofia del Latte Nobile

La crisi del settore latte in Italia e in tutta Europa ha messo a nudo la concezione stessa delle produzioni agricole fondate sulla quantità, escludendo la qualità. L’intensificazione produttiva ha fortemente squilibrato l’ambiente e il paesaggio agrario e condizionato fortemente l’intera filiera.

“Se vuoi molto latte, devi avere super lattifere prodotte in Canada o altri paesi (non l’Italia); ma se vuoi quelle performance li devi alimentare adeguatamente non certo con le tue risorse. Così è iniziato oltre trent’anni fa questo viaggio della “speranza” dall’Iowa il mais, dal Brasile la soia. Tutti prodotti rigidamente OGM in una spirale perversa fatta di forzature genetiche e di squilibri ambientali senza sosta e possibilità di scampo, in questo abbaglio collettivo i cui risultati sono stati: chiusura di migliaia di aziende da latte (da 181.771 nel 1988-899 a meno di 30.000 nel 2015 con un ritmo di chiusura di circa 5 aziende a settimana nel 2016.

Per esempio, nella Regione Emilia-Romagna, patria del Parmigiano-Reggiano in un decennio, dal 2000 al 2010, sono state chiuse in Regione 4.790 aziende da latte. Si è così arrivati alle attuali 3.800, con un dimezzamento del tessuto produttivo regionale, anche se la produzione totale annuale di latte regionale si è mantenuta sostanzialmente invariata.

Un sistema produttivo che alla prova dei fatti non ha retto, creando profondi squilibri, disoccupazione e una scadente qualità del latte (pomposamente chiamato di Alta Qualità) e dei suoi derivati.

Con la fine delle quote latte imposte dall’UE, nel 2015 il settore in Italia è caduto in una crisi irreversibile e sistemica a causa principalmente degli alti costi di produzione e di una scarsa remunerazione del prodotto da parte degli industriali del settore che oggi possono comprare il latte dove trovano le migliori condizioni, indipendentemente dalle sue intrinseche caratteristiche.

In questo modo la scomparsa delle aziende da latte in intere regioni sta diventando realtà come in Piemonte o in Liguria o come in Sicilia la cui capacità di autoapprovvigionamento di latte è precipitata al 25% mentre quella dell’agroalimentare al 20% facendo di quella regione una sorta di Far West del mercato agricolo, nell’indifferenza generale dei pubblici poteri.

L’85% del latte fresco si consuma fra la Toscana e il Lazio. Le industrie italiane, francesi, tedesche in modo particolare ci hanno abituato da tempo a consumare del liquido bianco in cartoni a prezzi incredibili, ossia non credibili e mentre il latte è diventato una commodity al pari dei metalli o altri prodotti; di contro, il settore viti-vinicolo è cresciuto nella qualità e caratteristiche che hanno assunto ormai un valore riconosciuto sul mercato. Il latte no.

Com’è pensabile che il latte prodotto nei pascoli alpini possa essere minimamente paragonato a quello della Pianura padana? O ritenere formaggi di alta qualità quelli prodotti in regioni che segnano i più alti livelli di inquinamento d’Europa delle matrici ambientali? O attribuire qualità al latte attraverso la maggior percentuale di grasso o proteina?

Ma com’è possibile accettare l’idea stessa che bastano 11 uova per pagare un caffè, oppure 2 kg di mele mentre per un cappuccino bastano 3 litri di latte o 2 kg di patate?

Tutto questo sostenuto dal convincimento, rivelatosi tragicamente sbagliato, di crederci padroni del mondo abusando della risorsa suolo, inquinando impunemente l’acqua e l’atmosfera fino a distruggere intere aree del pianeta che con la desertificazione hanno reso non coltivabili decine di milioni di ettari di terreno agrario.

Quello che occorre dunque “è un radicale capovolgimento nel modo di pensare, che come intendevano i Greci, ponga la natura e non l’uomo al centro dell’universo” (U.Galimberti).

Il Latte Nobile non è una marca: è, prima di tutto, un MODELLO per il progresso del settore lattiero caseario che Anfosc (Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo) ha tradotto in un marchio che ha registrato e che sottintende un Disciplinare di produzione. In questa senso l’ALNI (Associazione Latte Nobile Italiano) si pone come obiettivo quello di promuovere, sviluppare e tutelare tale modello produttivo come strumento per favorire il superamento della crisi del settore lattiero caseario italiano e permettere ai consumatori di riappropriarsi di un prodotto, il latte e i suoi derivati, non omologato e chiaramente distinguibile per le sue intrinseche qualità.